Guglielmo Maria

Guglielmo Maria
Le Sette Sorelle

giovedì 29 luglio 2010



Evidentemente il blog, il mio blog, é un animale notturno. Mi chiama quando, come ora, non riesco a dormire e lo fa con una voce insidiosa e così suadente che anche quella parte ragionevole del cervello che ti dice "rimani a letto, prova a dormire, riposati che domani vai al lavoro" si deve arrendere alle lusinghe dei pensieri in libertà.

I pensieri (notturni) in libertà sono degli assassini. Si fanno strada fra le coltri e ti si piantano in testa come paletti nel cuore di Dracula. Tu hai un bel da girarti e rigirarti, voltarti e rivoltarti, stringerti al cuscino afferrandolo come se fosse la tua ancora di salvezza per resistere in un mare di seducenti sensazioni tattili, visive ed odorose come solo i sogni potrebbero essere, se si sognasse. I pensieri (notturni) in libertà sono peggio di uno sfigato che ti viene incontro su di una strada buia con gli abbaglianti accesi, luci tanto luminose che la notte sembra ancor più densa, ancor più nera, come un enorme sacchetto di liquirizia alla violetta.

Allora, vinto dal richiamo della foresta, capisci che l'unica cosa da fare é scendere dal letto, cercare a tentoni braghette, maglietta e un paio di qualcosa da infilarci i piedi, il tutto in assoluto silenzio per non svegliare Mrs. K. o la piccola fragola e, navigando a fianco dei muri, raggiungere la postazione di sud-est, accendere il pc, infilarsi le cuffiette, metter su Miles Davis, aprire il blog e scrivere. Non puoi fare altro. Meglio una notte da scrittori che cento notti da insonni.

***

Prima, accucciato nel letto, pensavo a come diventerebbe il mondo se una mattina, tutti insieme, decidessimo di uscire di casa senza metterci la nostra solita armatura, evitando di sfoderare il nostro più falso sorriso Colgate. Cioé, se non si é capito, uscire nudi, per niente vestiti. Lasciando a casa le maschere ed i travestimenti, lasciando a casa quella parte di noi che ci siamo costruiti perché gli altri ci vedano in una certa maniera, lasciando a casa tutto ciò che, in fondo, é nostro solo perché ce lo vogliamo tenere addosso ma che, ancora più in fondo, non fa parte di noi. Lasciando a casa le armi di offesa e di difesa. Tutti nudi.

Sarebbe un bel gesto di coraggio, uscire di casa come mamma ti ha fatto, fisicamente e psicologicamente. Lasciare a casa anche tutti i pregiudizi, quelli che ti impediscono di vedere le cose come stanno, gli altri come sono. A pensarci bene é un  bel casino, anche affascinante, nella sua complessa complessità. Provo a spiegarmi meglio, me lo devo, se no mi ci perdo pure io.

Facciamo finta di essere in due sulla terra, io e te che stai leggendo. Alla mattina ci svegliamo, espletiamo i nostri bisogni fisiologici, facciamo colazione e ci prepariamo per la giornata infilandoci nella nostra benedetta armatura. Siamo deboli, si sa, quindi meglio affrontare il mondo corazzati, come un cavaliere medioevale od un agente dalla SWAT. L'armatura é cangiante, elegante, di solito non si vede, qualche volta si capisce, molto spesso si subisce. Comunque sia, ce la mettiamo ed usciamo di casa.

Insieme ai carboidrati a colazione abbiamo fatto il pieno quotidiano di pregiudizi, ripassando mentalmente le tabelline dei rapporti interpersonali, le equazioni della vita sociale e gli algoritmi sugli incontri casuali. Magari i risultati sono diversi ogni giorno, ma quando usciamo di casa abbiamo le nostre idee precotte, su di noi, sugli altri, sulla vita in generale e su quello che vogliamo fare in particolare. Ci siamo, siamo pronti, andiamo alla guerra, abbiamo anche le lenti a contatto per vedere solo ciò che ci pare.

Ricorda, siamo in due. Riepiloghiamo. Ognuno di noi era nudo, in origine. Ci siamo alzati dal letto e subito ci siamo nascosti dentro una scintillante armatura, abbiamo fatto il pieno di pregiudizi e ci siamo messi le lenti selettive, quelle che ci fanno vedere le cose come vogliamo noi. Ok? Tutto chiaro? Spero di sì.

Poi ci incontriamo, buongiorno, buonasera, vaffanculo, sia come sia. Io vedo te, tu ovviamente vedi me. Io vedo te come voglio vederti, tu vedi me come vuoi vedermi. Abbiamo le lenti selettive, no? Quindi, tanto per iniziare nessuno vede una cosa vera. La sfiga é, che se volessimo indagare più a fondo, colti da un'anelito di verità e di sincera curiosità, andremmo a sbattere contro l'armatura che l'altro porta. Quindi, in ogni caso, avremmo una visione distorta della verità. Nel primo caso vediamo l'altro come vogliamo noi, nel secondo lo vediamo come si vuol fare vedere lui. In nessuno dei due casi lo vediamo per come é, persi in una spirale di segnali stradali di senso unico.

Forse nessuno lo sa, come la vita é per davvero. Come siamo noi, per davvero. Come sono gli altri, per davvero. Come potremmo essere, per davvero. Come vorremmo essere, per davvero. Forse nessuno lo sa. Per questo sarebbe eccezionale, una mattina uscire nudi per strada. Nudi. Nudi nati, come dicono a Fast City. Nudi e basta. Niente vestiti, niente idee, solo la voglia di vedere il mondo e di scoprire gli altri.

Sembrerebbe dura... Io dovrei mettere a nudo il mio pisello, la mia burella, il mio io con tutti i suoi difettacci. Tu dovresti mettere a nudo la tua passera, la cellulite ed il tuo io con tutti i tuoi difettacci. Lui dovrebbe mettere a nudo le sue vere tendenze sessuali, lei far sapere che ha sempre sopportato questo e quello. E così via, per ognuno di noi che sta al mondo.

Ma, mi chiedo, sarebbe dura "veramente"? Sarebbe dura mostrarsi difettosi in un mondo nel quale tutti sono pieni di difetti? No, non credo, sarebbe una cosa assolutamente normale, non farebbe per niente scalpore. In realtà é già così, il mondo é pieno di persone "difettose" ma ci vogliamo ingannare fingendo di essere perfetti. C'é una stringente logica sadomaso che sottende i nostri comportamenti. Se fossimo più liberi dai condizionamenti, sgraveremmo il cervello da uno squasso di pugnette che ci portano via un sacco di energie e saremmo più pronti a vivere l'attimo. A cogliere l'attimo, a cogliere l'altro. Ad accogliere l'altro.

Io non credo che sarebbe dura. Io sono convinto che sarebbe molto meno faticoso. Certo, chi é molto pieno di se stesso, dovrebbe impegnarsi un pò di più, ma sarebbe anche molto più ricompensato. Niente é regalato, ma se una mattina tutti, e dico tutti, uscissimo di casa nudi, lasciando negli armadi gli scheletri delle armature del come voglio sembrare, lasciando nei cassetti le lenti a contatto dei pregiudizi ed i tacconi che abbiamo lasciato crescere sui nostri io, beh... sarebbe bello.

No, sarebbe meraviglioso. Tutti nudi, nudi, nudi! Tutti uguali in braccio a mamma!

***

note per la comprensione:
burella - termine affettuoso per definire la pancetta, la buzza, lo stomaco prominente.
squasso di pugnette - mucchio di pippe, di seghe (mentali) in misura industriale.
taccone - crosta spessa e coriacea, cricca, sporco

mercoledì 14 luglio 2010

Ho conosciuto Dart Maul, il diavolo.

Con i suoi occhi chiari ed il suo sorriso, é colui che uccide poco a poco chi lo ama disperatamente.

E' colui che usa, colui che fa soffrire. Colui che taglia le ali agli angeli.
Colui che prende e poi butta via, quando non gli servi più.
Colui che si nutre di polvere e nella polvere ritornerà.

Avrei voluto sputargli in faccia tutto il mio disprezzo. E sarebbe stato troppo poco. Ma non era il momento giusto, non avrebbe capito. Invece io voglio che capisca. Che capisca cosa significa uccidere l'amore che gli viene regalato senza chieder niente in cambio.

Lo farò, anche se conosco sua madre e le darò un dolore che non capirà. Ma non importa, non voglio più vedere il mio angelo piangere. Non voglio più vedere un fiore sulla corsia di sorpasso. Voglio che la maionese torni ad aver sapore, voglio che il mio angelo non prenda più sonniferi. Voglio che il mio angelo si addormenti come si addormentano i bambini. Sereni.

Voglio che i principi siano solo quelli delle favole.

Voglio che le lacrime siano solo di gioia.


Stasera é una sera bellissima, non c'é una nuvola in cielo. L'aria é calda, calma e azzurra come il fiocco che avevo alle elementari sul grembiulino nero. Tutto sembra in pace. Guardo dalla terrazza e vedo alberi, verdi e immensi, case rosse e marroni, rondini nere che volano e luci che si accendono nell'imbrunire. Quando arriverà il buio, quello vero, allora spunteranno le stelle. Le prime, le più sfrontate, le più belle, si mettono già in mostra. Presto saranno seguite da milioni di altre, più piccole e più timide, ma non meno affascinanti.

La bellezza fa da corollario ad una settimana di merda.

Venerdì G. si é impiccato, tagliandosi le ali. Ha dato un calcio alla sua vita, alle sue passioni, al suo mare, a sua figlia, a tutto. Ha lasciato dietro di sè un corpo appeso ad una corda, con i piedi che sfioravano terra.

Quando l'ho saputo é stato come ricevere un pugno nello stomaco, uno di quelli che non ti lascia respirare.

Di certo l'aveva pensata prima, ma non l'aveva detto a nessuno o nessuno l'aveva capito. Chissà, a modo suo forse aveva lanciato grida di aiuto che nessuno ha sentito e che sono ritornate al mittente, come degli schiaffi.

Una settimana prima aveva compiuto gli anni, ma siamo stati in tanti a non ricordarci di lui. E ora non abbiamo più la possibilità di farglieli, quegli auguri. Possiamo piangere una preghiera disperata verso un Dio tremendo che gli ha lasciato la libertà di andarsene, lanciando un grido doloroso che non avrà più risposta. Chi l'ha visto nella cassa, prima che la chiudessero, mi ha detto che sembrava corrucciato. Lui che sapeva ridere, e ridere forte, si porterà dietro per l'eternità il dolore dipinto sul viso. Ora c'é solo da sperare che abbia trovato la pace che cercava, finalmente.

Da ieri é in un tombino, cementato di fresco, al primo piano del cimitero nuovo. Da lì, ancora per un poco, si vede la campagna, sino a che non finiranno la nuova ala. Dopo, credo che si riuscirà a vedere solo un pezzo di cielo. Quel cielo che sembra un grande mare, quel mare che lui amava tanto.

Ho aspettato che andassero via tutti, per andare a trovarlo. Sono rimasto lì solo, bagnato di lacrime e sudore, sotto il sole di luglio. Avrei voluto rimproverargli di non averci avvisato, ma non ci sono riuscito. Mi é rimasto solo il pianto e tanto dolore per non aver capito che stava morendo a poco a poco nella nostra indifferenza. Non posso neppure scusarmi, ormai. Non posso fare nulla.

Restano solo diciotto anni di ricordi, di tutti i colori, che prima o poi svaniranno fra le pieghe della memoria, dispersi nel vuoto del tempo che passa. 

Addio G. Se puoi perdona chi non ti ha saputo capire.