Guglielmo Maria

Guglielmo Maria
Le Sette Sorelle

domenica 25 aprile 2010



Oggi é il venticinque aprile. E' una giornata importante e ancora molto sentita, però visto che quest'anno casca di domenica e non siamo in campagna elettorale ce ne si accorge un po' meno e poi la gente é dispiaciuta e un pò scocciata perché non c'é il ponte e tocca lavorare tutti i giorni. Sono tantissimi anni che siamo stati liberati, moltissimi anni. Io non c'ero ancora e gli atomi che ora mi compongono chissà dov'erano allora? Erano atomi da guerra, forse, oppure atomi da libertà? Oppure, semplicemente, atomi e basta, solo piccoli pezzetti di materia. Più probabile quest'ultima, come ipotesi, perché gli atomi, checché se ne dica, non sono né bene né male ma sono. Poi dipende da come si usano, ma questo é un'altro discorso.

Siccome oggi é la festa della Liberazione ed io ho deciso di vivere alla giornata ho deciso di fare un elenchino delle cose dalle quali mi piacerebbe essere liberato. Quindi, per prima cosa, ci vuole una premessa fondamentale ai fini del ragionamento e cioé chiedersi se "essere liberato" o "liberarsi da solo"? Questa é una bella domanda, da farsi, ad esempio se vogliamo un po' di consapevolezza sulla questione, quando stai spingendo e ti vengono le vene del collo grosse come calippi seduto tutto compresso sulla tazzona del cesso. In questo caso sei tu che ti liberi oppure é lei, la cacca, che ti libera andandosene giù per il tubo? Ci sarebbe da pensarci su, da fare qualche elucubrazione, qualche volo intellettuale alla Topo Gigio. Ma cosa dici mai? Che filosofia di merda.

Comunque, meglio tenersi strette entrambe le opzioni, perché, come dicevano i nostri antenati "melius abundare quam deficere" e, poi, "aiutati che Dio ti aiuta". Non scartiamo perciò nessuna provvidenza, sia che arrivi da noi, sia che venga dagli altri, sia che scenda da Dio, sia che siano i Confetti Falqui. Non si sa mai, una mano aiuta l'altra, é come per le tessere del domino che, sono in piedi una affianco all'altra per milioni e milioni di chilometri e basta che tu dia un colpo alla prima, spingendola nella giusta direzione, che poi, una dopo l'altra, si ribaltano tutte, per tutti i milioni e milioni di chilometri, da qui alla felicità. Allora, mi vien da dire, se le cose da cui vogliamo esser liberati sono lì come le tessere del domino e diventano un muro che ci circonda, quello che importa é il primo colpo, dato nella giusta direzione. Il primo punto é che la verità sta nel mezzo, "in medio stat virtus", anche se il primo colpo lo devi dare tu.

Sei tu, cioé, sono io, che devo decidere di dare il primo colpo alle tessere del domino che mi circondano. Nessuno lo potrà fare se non tu, cioé io. Il problema vero è che non sappiamo quanto lungo sia, questo muro costruito con le tessere del domino. Quattro metri, che ci gira intorno e basta? Quaranta metri, che ci gira intorno, ma fitto fitto. Quaranta chilometri, quaranta milioni di chilometri, quaranta infiniti? Non lo sappiamo, se lo sapessimo l'avremmo già superato, con un  salto. Anche se ci mettiamo lì a contarle, le tessere del domino, non riusciamo proprio. Perché loro sono grandi come il muro di Berlino e noi siamo piccolini come formichine, siamo formichine. Non avendo idea di quante siano, queste benedette tessere del domino, i modi per affrontare la questione si riducono a tre.

Il primo modo é concentrarsi su noi stessi finché, miracolo, non ci spuntano le ali, sperando nell'aiuto di qualche santo. Quando e se ci saranno spuntate le ali, ci potremo alzare in volo e, a meno che il muro non sia veramente ma veramente alto, forse potremo arrivare in cima e vedere quanto é grande il muro, quanto ci circonda e che cosa c'è intorno. Posto che abbiamo gli occhi per guardare e la voglia di farlo. Potremo anche scoprire che non riusciamo a vederne la fine. In questo caso, torneremo giù ad abbandonarci ai più cupi pensieri o proveremo a volare, volare, volare, verso qualche parte ignota del mondo? E se il mondo ignoto ci fa paura? Torniamo giù, ripieghiamo le ali, tanto non ce la faremo mai, e ci costruiamo un riparo sicuro circondati dalle nostre tessere del domino. Così rimaniamo noi, con le nostre alette, che non vogliamo usare e con la nostra paura di ciò che ci circonda. Circondati dalle tessere del domino.

Il secondo modo é dare una spallata alla prima tessera del domino, quella più vicina a noi. Anche una spallata con la forza di una formichina può abbattere la tessera del domino più grande del mondo, basta volerlo fare. E poi sedersi a guardare le tessere del domino che una dopo l'altra, una colpita dall'altra si ribaltano e cadono. E noi seduti a guardare questo spettacolo affascinante che ci allarga l'orizzonte. E noi seduti a guardare l'orologio e a pensare, dopo un ora, ma quante cazzo sono queste tessere del domino. E noi seduti a guardare e a romperci un po' le balle, perché continuano a cadere tessere da tutte le parti e non finiscono più. E noi seduti a guardare con un poco di rassegnazione, dopo una settimana che cadono tessere del domino, che sono talmente enormi che ci mettono molto tempo. E noi seduti a guardare tutte le tessere cadute e il paesaggio che non cambia mai, tante sono le tessere da buttar giù e noi che pensiamo si stava meglio quando si stava peggio almeno avevamo dei punti di riferimento, con il mio muro e non questa landa desolata di tessere del domino cadute rovinosamente e che non finiscono mai. E noi seduti a guardare, anche se non vediamo più nulla perché é scesa di nuovo la sera e abbiamo gli occhi pieni di pianto perché ci aspettavamo che non fossero così tante e così immense e così lente a cascar giù. Così rimaniamo noi e le nostre aspettative insoddisfatte a farci compagnia. Nelle rovine.

Il terzo modo inizia quando smettiamo di farci crescere le ali e smettiamo di pensare che in due giorni riusciamo a ribaltare tutte le tessere del domino del mondo e ci diamo qualche obiettivo, facciamo la nostra lista della spesa delle cose dalle quali vogliamo liberarci o essere liberati in questo venticinque aprile. Cioé oggi, ora, adesso, in questo preciso istante. Che magari potrebbe anche essere il sette ottobre o il quattro febbraio o il ventiquattro giugno, ma il giorno non conta. Non conta che sia "questa" giornata, conta che le nostre giornate le viviamo come le giornate della Libertà, una dopo l'altra. La Libertà dalle barriere, la Libertà dalle aspettative, la Libertà dai muri che ci costruiamo, dalle tessere del domino che sistemiamo perché siamo delle piccole Penelopi. Di giorno costruiamo i muri che ci circondano e scolpiamo le tessere del domino nel legno più duro della terra e di notte sognamo di buttarle giù e ci svegliamo con qualche tessera in meno che prontamente provvediamo a sostituire, senza perder tempo. Lasciamo spazio ai sogni, anche nelle veglie di tutti i giorni.

E le cose da cui voglio liberarmi o essere liberato? E' tutto? E' niente? Dov'é il block notes, che me le scrivo?

Non lo trovo, devo ricordarmele a mente. Vorrei, vorrei, no, voglio liberarmi di... no, in realtà, questo no. Allora é meglio iniziare da quando mi comporto così... ma, invece non sarebbe meglio cominciare con... ma, poi mi aiuta veramente, non sarebbe più utile pensare che sia più utile fare in questo modo e metter ordine, ma se prima non tolgo questa parte di me stesso, questo modo di pensare non riuscirò proprio a fare così e... credo sia più opportuno mettersi lì, sulla cima di una montagna a pensare... ma cosa voglio dalla vita e cosa posso dare e... accidenti, quella cosa mi serve, allora, meno male che non l'ho buttata via, non me ne sono liberato. Però, Gesù mio, a qualcosa devo pensare dopo che ho scritto tutto questo tempo, non vorrò mica averlo buttato via, tutti questi discorsi, questi pensieri, questo guardarsi dentro e fuori...

Beh, se devo dirne una, vorrei cagare senza sforzo. Punto.

giovedì 22 aprile 2010

Sto morendo dentro. Ogni giorno un poco, divorato da questo male buio e difficile che si chiama depressione. Il mio medico di famiglia mi dice che la mia é una depressione endogena, una depressione, cioé, che viene dall'interno di me stesso e non é scatenata da fattori esterni, tipo un lutto, la perdita del lavoro o cose così, cose gravi che ti colpiscono da fuori. E' qualcosa che porto dentro di me, che in me vive, che in me si alimenta e che ogni tanto, a tradimento, mi colpisce e mi lascia a terra stramazzante. E' una sorta di lato oscuro del mio essere uomo, adulto, bambino che di tanto in tanto si rifà vivo, facendomi chiudere le porte che mi collegano al mondo.

E' una cosa difficile da spiegare, ma ancora più difficile da capire se non la si é, in qualche maniera vissuta. La depressione, almeno una come la mia, vista da fuori, vista dagli altri, sembra inspiegabile. Lo dico per esperienza, perché io stesso non riuscivo a capire come mai in persone nel fiore degli anni, trenta, quaranta, cinquanta, sessanta, senza problemi apparenti, si era spenta la voglia di vivere davanti ai miei occhi, così, senza ragioni visibili. Quando mi é successo di vedere da fuori queste cose, voglio dire quando é successo a me di esserne spettatore, non avendo capito una beata minchia di cosa stava succedendo, ho avuto nei confronti di queste persone un'atteggiamento che mi portava a pensare che fossero dei falliti, dei derelitti. Ho fatto quindi due cose, principalmente: gli ho giudicati e mi sono giudicato, dicendomi che a me cose del genere non sarebbero mai capitate. E questi sono due grandi sbagli. Dagli sbagli si deve e si può imparare, ovviamente, ma bisogna avere l'umiltà per farlo. E farlo subito o almeno prima possibile.

Fra i primi errori che ho commesso uno é stato quello di credermi immune. Io, nonostante una autostima molto bassa che avevo di me stesso, mi sono sempre pensato invece come un essere avvolto da una sorta di magica armatura che non avrebbe permesso alle malattie del mondo di farsi strada dentro di me. Quando parlo di primi errori non ne faccio una scaletta temporale, non vuol dire che siano sbagli commessi molti anni fa o all'inizio della mia vita, ma significa semplicemente che sono i primi in ordine di importanza, almeno secondo una mia personale classificazione. Il fatto di credermi immune, di credermi superiore a certe cose, in qualche modo non mi ha permesso di costruirmi delle difese, di prepararmi a ciò che sarebbe successo, ma mi ha lasciato nudo ad affrontare un esercito di fantasmi armati di tutto punto. Se trovavo, ad esempio, in un giornale, in una rivista, in televisione, un articolo o una trasmissione che parlava della depressione la saltavo a pié pari perché non faceva parte della mia vita e non me ne interessava, giudicando che non fosse importante.

Giudicare gli altri fa parte della stessa famiglia di cazzate, visto che il metro di paragone siamo sempre noi stessi. Se io giudico un'altra persona, ovviamente non posso prescindere da me stesso. E' come guardare due foto, una mia e una dell'altro o altra che sia. Confronti i vestiti, i sorrisi, il modo di porsi, lo sguardo, i capelli, le scarpe, la macchina e via pian piano tutto quello che é differente e visibile agli occhi. Il giudizio nasce partendo da impressioni, da cose leggere, di superficie, dalle prime cose visibili. Giudicando perdi la voglia e la forza di scavare dentro le altre persone, perdi l'abitudine a cercare di comprendere veramente come sono e ti limiti al come sembrano. Il guaio é che, contemporaneamente, fai esattamente lo stesso con te stesso. Ti limiti quindi alla superficie e perdi o non trovi mai la forza per andare a capire cosa c'é sotto al visibile. Laggiù dove sei nudo, dove sei te stesso e basta. E così perdendo di vista gli altri perdi di vista anche te stesso e questo é un'altro grande sbaglio.

Arriva, credo per tutti, un momento a partire dal quale la nostra vita inizia a correre velocemente e facciamo sempre più fatica a tenerla sotto controllo. A me é capitato così, ma penso che sia abbastanza comune. E' stato quando ho iniziato a lavorare, ad uscire di casa, a vivere in un'altra città, ad avere una donna con la quale condividere un progetto di vita, avere una figlia, diventare adulto. La velleità di tenere tutto sotto controllo senza avere una linea guida, una coerenza, chiamiamola così. Ha poca importanza che questo sia successo a venticinque, trentacinque o quarantacinque anni. Ma arriva un momento nel quale inizi, piano piano, quasi senza accorgertene, poi a riannodare tutti quei fili dispersi di cui é composta la tua vita e ti rendi conto, almeno nel mio caso é successo così, che concretamente molti di quei fili che credevi di tenere saldamente fra le mani, le redini della mia vita, in realtà se ne andavano per i cavoli loro. Dove volevano. Ed io con loro, naturalmente. Io andavo accorgendomi di non andare dove volevo ma dove la vita, intesa come tutto ciò che ti sta intorno, mi portava.

Ad un certo punto mi sono reso conto, quindi che la vita mi aveva portato dove voleva lei e non dove volessi andare veramente io. Quasi mai puoi tornare indietro, il tempo é passato, le cose sono successe e non si ripresentano più occasioni di poterle rifare diversamente. Allora inizi a fare il conto dei bivi attraverso i quali sei passato e ripercorri le scelte fatte e ti accorgi che, molto spesso, le scelte fatte sono state delle non-scelte, i mali minori, le convenienze del momento e molte di quelle cazzate lì. Nel mio caso questo é stato per me destabilizzante perché mi sono scoperto nella realtà non dove sarei voluto essere, non come sarei voluto essere, perché, forse, avrei voluto essere diverso. E un primo pensiero negativo ti fa strada nella testa, iniziando un percorso che va ad attraversare i momenti di disagio che avevo provato negli anni precedenti, le scontentezze, i dubbi, le indecisioni e tutto quel genere di cose a cui non avevo fatto molto caso, ma che adesso iniziavano a rimbombare come in una cassa di risonanza.

E poi ti rendi conto, quale orrore, di non conoscerti come veramente sei e questo ti mette addosso una inquietudine bestiale. Almeno a me, credo sia successo così. Ti guardi allo specchio una mattina e ti vedi come se tu non ti fossi visto da tanti anni. Ti vedi diverso. Ti spaventi, non ti riconosci. E ti chiedi se sei tu, quella persona che vedi riflessa nello specchio. E capisci che, se non riconosci l'apparente, chissà come mai ti potrà apparire ciò che non si vede, la tua vera anima, il tuo vero io, la tua essenza. Allora, fondamentalmente, hai due strade da percorrere. Una difficile, in salita, fatta di elementi da capire, di cose di cui prendersi carico, di momenti da analizzare, di comportamenti per i quali darsi quanto meno una ragione e collocarli dentro uno schema, che sei tu stesso, che va ricostruito o quanto meno razionalizzato, per poi alla fine essere in qualche modo accettato, condiviso. La seconda, più facile, é quella di spazzare tutti i pensieri sotto al tappeto, nasconderli ed andare avanti come se nulla fosse, allontanandoti ancora di più da te stesso e da chi ti sta vicini giorno dopo giorno. Un bivio, ancora una volta.

In realtà ve ne sarebbe una terza di strada, ma di questa te ne rendi conto dopo, dopo che hai percorso le prime due. Nell'ordine io le ho percorse tutte due, le strade che portano in nessun posto o nel posto sbagliato. Per prima cosa ho messo tonnellate di polvere sotto al tappeto, milioni di pensieri dentro i cassetti, dietro le porte, persino nell'anima dei rotoli di carta igienica. Ho nascosto tutto ciò che non mi piaceva, ho fatto finta che non esistesse nulla al di là di ciò che volevo credere di volere. Continuare a vivere come se niente fosse, se la malinconia non esistesse, andando al di sopra delle righe. Ci sono molti modi per andare al di sopra delle righe, ognuno ha i suoi e credo che non sia importante farne una classificazione, perché ognuno di noi ha le sue strategie per mentirsi e per tradirsi. Chiaramente questa strada ti porta nel posto sbagliato, i pensieri negativi che si insinuano nella nostra mente continuano ad insediarsi e a prendere spazio. Piano piano, fino a che non crolli e non hai più spazio, dentro di te, dove nascondere ciò che non vuoi. E nel frattempo, comunque, non sei te stesso, neppure con te stesso.

Allora prendi la seconda strada, quella della razionalizzazione, della catalogazione, quella del cervello. Un percorso così faticoso, da archivista, che, purtroppo, non ti porta in nessun posto. E' inutile ricollocare il passato se non pensi all'oggi. Dopo milioni di anni che lo fai ti rendi conto che provi a dare delle risposte razionali a problemi che razionali non sono, che é come se tu cambiassi la disposizione dei mobili in casa solo perché i mobili ti fanno schifo. Ma un divano che fa schifo davanti alla televisione ti continua a far schifo anche se lo metti sotto la finestra. Il problema non é dove é il divano, ma il divano stesso. Se non lo cambi lo puoi mettere dove vuoi ma ti continuerà a far cagare. Lo stesso con noi stessi. Invece di nasconderci, proviamo a cambarci. Cambiamo look, cambiamo interessi, ci iscriviamo in palestra, ai corsi di inglese, andiamo ad un happy hour, frequentiamo gente nuova, facciamo qualsiasi cosa, pensando bene a cosa fare e come farlo, ma in fin dei conti siamo sempre noi, con le nostre facce sconosciute anche a noi stessi. Questa seconda strada é una sorta di regressione. Far finta di essere diversi, ma con l'ardire di volere essere noi a condurre la danza della diversità, anziché farcela condurre dalla vita. Ma é poi così diverso veramente?

Così, in quanto tempo e per quanto tempo non conta, ho percorso queste due vie che non portano in nessun posto, che non portano verso me stesso, ad una vera consapevolezza di cosa sono e di cosa vorrei essere. Sono strade che non hanno nome, come nel pezzo degli U2, strade che non portano da nessuna parte. Non ha nessuna importanza per quanto tempo percorri queste vie senza nome, un giorno o un secolo sono comunque troppo, l'importante é che a un certo punto ti fermi e ti chiedi dove vai, cosa stai facendo e chi c'é con te, soprattutto se ci sei tu o ancora un altro al tuo posto. Finché percorri le vie senza nome in pratica muori dentro ogni giorno un poco di più e io sto morendo dentro ogni giorno un poco. Sto morendo nascondendomi o schematizzandomi. Sono due facce della stessa medaglia.

L'altra strada, la terza, é quella del prendere atto e del vedersi come si é e non come ci si vorrebbe vedere, E' la strada che rifiuta il nascondino e gli schematismi, la strada dove qualcuno ti prende per mano e ti guida fuori dalle strade senza nome. Dove quel qualcuno che ti prende per mano alla fine non può essere che te stesso.

La prima cosa é chiedere aiuto. Rendersi conto di avere bisogno di aiuto e chiedere aiuto é un passo enorme come l'universo. Almeno per me é così. Nonostante siano anni che chiedo aiuto, subliminalmente o esplicitamente, farlo consapevolmente é tutta un'altra cosa. E' essere umili, non essere deboli. Chiedere aiuto non é un segno di debolezza, ma di forza. Si fa molta fatica a chiedere aiuto. Ci si vergogna, ma non ci si dovrebbe vergognare. Bisogna forzarsi un poco all'inizio, ma se ti trovi nel labirinto delle strade senza nome e non si hanno punti di riferimento, allora l'unica cosa é trovarne. Bisogna sforzarsi di trovare questi punti di riferimento, che, per forza di cose e per la loro essenza, sono fuori di te. Sono fuori dalla mente che vaga nelle strade senza nome. Sono altro, é Dio, sono gli angeli, sono gli amici, sono i professionisti, sono le medicine, sono le persone che ti amano, sono tutto quello che ti può far vedere le cose con occhi diversi, visto che i tuoi occhi si sono abituati alle facili e difficili rutilanti luci delle strade che non vanno da nessuna parte.

Sono come il binario nove e tre quarti di Harry Potter, che é lì, ma gli occhi abituati ed abitudinari dei passeggeri normali dei treni della vita, quei treni che non vanno in nessun posto, non riescono a vedere, né tanto meno trovare. Magari sanno che esiste, forse, ma senza qualcuno che ti aiuti a capire come si fa non possono arrivarci. Oh, non é che una volta che hai trovato il binario nove e tre quarti tu poi sappia ritrovarlo ogni volta. La depressione é come l'ottovolante di Mirabilandia, va e viene. E comanda lei. Io credo che la depressione sia uno stato mentale, una forma, un vestito, un bozzolo. Non é che se la capisci la eviti, riesci a non farti trovare e smetti di morire un poco ogni giorno. Purtroppo non è così e non sarà così. Te la porterai dietro tutta la vita e farà parte del tuo bagaglio di esperienza, di conoscenza e di consapevolezza e non ti lascerà mai. Il che non é sostanzialmente negativo, a patto di essere sempre te stesso.

Cosa c'é di meglio di aver provato la fame per comprendere quanto é bello mangiare, quanto é buono mangiare e quanto é utile dividere il mangiare con qualcun altro. Cosa c'é di meglio di aver provato la sete per essere consapevoli di cosa significa bere, di cosa significa darsi la vita, darsi la possibilità di vivere. Cosa c'é di meglio di essere stati depressi per godersi un raggio di sole, per dare valore a quelle piccole e grandi cose che la vita ci mette a disposizione. Anzi, nel momento in cui non mi dovessi più accorgere di quanto é bella la vita, vorrei urlare benvenuta a te depressione che mi fai star male ma che poi mi fai capire di quanto è meraviglioso ciò che mi circonda. L'importante é avere se stessi, essere se stessi. Essere ciò che si vuole essere, non essere ciò che il mondo ti porta ad essere. Avendo sempre presente che cosa si é e di che cosa si ha bisogno. Cioé di niente, a pensarci bene.

Io sto morendo dentro, ogni giorno un poco. A pensarci bene ne dovrei essere felice, perché la mia vita, quella che rimane, acquista significato, acquista valore. Sto difendendo la mia vita, me stesso, con le unghie e coi denti, anche se sono tanto debole. Ma più sono debole e più probabilmente sono forte, più sono umile e più sono forte. Più per il mondo sono sfigato più io mi sento rinforzato. Più ho i miei cari, più ho i miei amici, più ho persone da amare e meglio sto. Anche se mi costa passare attraverso un pezzo di morte, tutti i giorni.

Io non sono il mondo, io sono Guglielmo Maria.

E voglio bene a me, mi amo, con tutti i miei difetti. E voglio bene, amo, tutte le persone che mi stanno vicino e hanno anche la pazienza ed il coraggio di aiutarmi, ognuno a suo modo. E se io non perdono me stesso, nel senso di perdonare non di perdere, perdono tutti, nel senso di perdere e non di perdonare. Tutti quelli che mi hanno fatto del male ma che grazie a quel male mi hanno fatto capire cosa c'é di veramente importante nella mia vita, mi hanno reso più consapevole. Più umano, meno automatico, meno falso, meno schematizzato. E tutte le volte che la vita mi fa salire sull'ottovolante della depressione e mi fa star male, dopo ogni giro penso che ne uscirò rafforzato e più é dura e più ne uscirò forte.

Aiuto, ho bisogno di aiuto. Ho bisogno di aiuto per poter dare aiuto. Ora più che mai.

Un'abbraccio universale a tutti quelli che sono arrivati fin qui, con me o che ci arriveranno. Prima o poi.

Si può solo migliorare.

martedì 20 aprile 2010

Avviso ai naviganti: questo post potrebbe essere vietato ai minori. Il contenuto, comunque, é rigorosamente vero. GM

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Poco fa, razzolando nel mio account di Shinystat, il contatore web che mi dà qualche statistica gratuita relativa al blog, ho trovato delle cosette carine che riguardano chi capita qui per caso. Siccome durante la settimana disgraziata che é appena finita non ho avuto una gran vena di "scrittore" e mi si é rinsecchita un pò l'ispirazione, per colpa di alcune sfortunate circostanze che non vogliono saperne di passare, queste cosette bizzarre mi danno il destro per scrivere qualcosa per tener vivo il blog in modo istruttivo e curioso. Istruttivo e curioso per me che tengo il blog, ovviamente. Ma, forse, anche per chi lo legge.


Fra le statistiche disponibili nel contatore web, sappiate o voi che leggete, ci sono anche le chiavi di ricerca che sono state utilizzate, ad esempio, in un motore tipo Google o Yahoo e attraverso le quali qualcuno, che non viene comunque identificato, arriva a queste pagine. La chiave di ricerca più utilizzata - a pari merito con un'altra di cui parlerò un pò più avanti nel post - é semplicemente "Guglielmo Maria". Vuol dire che digitando il mio nome e e facendo la ricerca, fra i risultati compare, evidentemente, anche l'indirizzo del blog. Sarà stato magari per pura curiosità che qualcuno abbia poi cliccato sul link e abbia fatto l'accesso al blog. L'alternativa sarebbe che questi soggetti mi abbiano sognato di notte e che poi mi abbiano cercato su Google di giorno. Ma non ci credo molto, mi sembra molto fantascientifico, anche se un tantino affascinante. Comunque ben due persone sono arrivate qui, digitando "Guglielmo Maria", e tant'é.


Una terza persona ha cercato "il diario di Guglielmo Maria", quindi voleva trovare proprio questo blog, credo. Strano, ma vero. Forse sarà stato il passaparola e la cosa in fondo non mi dispiace.


Una quarta persona ha cercato "una giornata senza pretese recensione" e sicuramente si riferiva alla canzone di Vinicio Capossela da me citata in uno dei post. Immagino la delusione di chi, anziché trovare un parere illuminato di un critico musicale, si é trovato davanti ad uno dei miei sproloqui. Pazienza, nonostante lo choc sarà sopravvissuto, ci saranno delusioni più grandi, nella vita.


La quinta persona cercava "Maria Guglielmo psicologa" e chissà perché, poi ha cliccato sul link del blog. Mi auguro che avesse bisogno di un pò di ironia da sciogliere su una depressione. Chissà se sono riuscito a strapparle almeno un sorriso. Del tutto gratuito, in questo caso. Qui non si va a tariffa, offro io.


Una sesta persona mi ha trovato digitando una frase poetica come "ho sognato dei fiori bellini di un bel rosso". Per mettere due volte la bellezza in una frase sola evidentemente la cercava proprio. Chissà cosa aveva fumato.


Una settima persona ha cercato "vecchia signora dai fianchi un pò molli ama vestirsi di vento e di sole". Se quella di prima si era fatta una canna normale questa si é fatta una ciminiera intera. Non oso infatti pensare ad una perversione sessuale del tipo mi piacciono le anziane flaccide nude nei campi che prendono il sole mentre tira il vento... meglio dare la colpa al fumo, và.


L'ottava, la nona, la decima e l'undicesima persona hanno fatto ricerche nel campo medico sanitario, con qualche lieve accenno, anche qui, di probabile perversione sessuale. Le chiavi di ricerca usate da questi  soggetti sono state "fortissimi pruriti alle caviglie e polpacci", che ci stà, "dermatologa vergogna" che ci stà anche questa (l'ho provata personalmente) e, udite udite, "senza mutande dalla dermatologa". Quest'ultima chiave é stata usata ben due volte, come "Guglielmo Maria". Delle due, l'una. O era la stessa persona che non convinta ci riprovava, oppure più soggetti sono alla ricerca di un incontro senza mutande con una dermatologa. Vista l'ampiezza statistica del campione la cosa non mi lascia proprio indifferente. Per le dermatologhe, ovviamente, ma anche per le malattie veneree.


La dodicesima persona poteva essere un buongustaio, uno chef in cerca di ispirazione o qualcuno che voleva prendere l'amante per la gola. E' arrivata qui digitando "come si fa il salmì con la milza". Non so spiegarmi come un motore di ricerca abbia potuto portarla su questo blog. E'vero che ho nominato in un post la milza, ma il salmì mai. Tra l'altro, solo a pensarci, la milza in salmì mi fa un pò schifo.


La tredicesima é probabilmente una vera assatanata, maschio o femmina che sia.


Qui dovrei fermarmi e mettere un'avvertenza del tipo "attenzione la lettura potrebbe urtare la vostra sensibilità. Se volete proseguite fatelo a vostro rischio e pericolo bla bla bla".


Quando ho letto l'ultima chiave di ricerca non volevo crederci, ma qualcuno ha cliccato il mio blog per trovare "foto porno di donne che si infilano una mano nella vagina"...


Vai tu a fidarti di Google.

lunedì 12 aprile 2010

Domande, risposte. Domande, risposte. Domande? Risposte? Oggi ho l'umore in fibrillazione, va giù, va su, torna giù, resta giù, poi s'innalza, rotea attorno ad un punto, vola, si abbassa, plana, sembra che atterri, atterra, si posa, prende la rincorsa, salta, apre le ali, vola, cade. Ahi! Son caduto dall'alto. Cavolo! Che sberla...

E' incredibile davvero, che sensazione, non c'é un attimo di respiro, si salta come un canguro, sembra un ottovolante. Sembra il Katun a Mirabilandia, si parte, si alza, pian piano raggiunge la cima, si ferma, respira, si lancia, si butta, prende velocità, si arrotola, si rigira, si rigira ancora, sembra che si alzi invece si abbassa, sfiora la terra. E si rialza, si rilancia, si ricicla. Così, in una sequenza senza fine, senza giorno e senza notte, senza pace, come un cavatappi, gira. Frulla, rimbalza, prende, parte, torna, va, rimane. E non sei neanche legato, sei senza cintura di sicurezza. Aiuto!

Il mio umore oggi é una cosa misteriosa, che segue leggi tutte sue, indifferenti al resto del mondo e, quel che é peggio, sconosciute anche a me che mi faccio trascinare come un pupazzo, come una banderuola, come una girella che ci indica da che parte soffia il vento, come una vela che si gonfia, si sgonfia, si rialza, si riabbassa, si sistema e si perde. Il mio umore é come il cuore e non viene comandato dal cervello, anche se dal cervello nasce. E, nel cervello, muore. E rinasce, e rimuore, come un serpente che si morde la coda. A forza di mordersi, morde anche se stesso e si mangia. Tremendo... e se ci penso sto tremando.

Guardami, mi vedi con i piedi al posto della testa, con lo stomaco al posto del cuore.

Il bello é che quando l'umore vuole, si fa notare. Allora ti chiama, si mette davanti, si mette in posa, si impegna. Sorride. Apre le braccia, richiama, gioca.

Il bello é che anche quando non vuole si fa notare lo stesso, ma lo fa con le lacrime. Saranno le lacrime, sarà il sale che mi entra in bocca a risvegliarmi. Sarà l'amaro delle lacrime a darmi uno scossone, a dirmi che non si può andare avanti così. Eppure c'è una sorta di autocompiacimento, una sorta di autocompiangimento, una sorta di autocomponimento. Un pianto. Oppure un canto? Tutto fa rima, tutto torna, tutto rinasce, tutto risorge. Per poi ricadere nella palude, nella nebbia, nella stagnazione dei desideri, nelle veglie notturne, nei pensieri che si attorcigliano, uno sull'altro, uno dentro l'altro, uno sopra l'altro, in una spirale senza fine, come le vertigini che mi prendono, mi scuotono e poi mi lasciano lì, esattamente dov'ero.

Tutta questa fatica per non muoversi di un millesimo di millimetro, di un miliardesimo di infinitesimo di movimento? Tutta questa fatica per partire e ritornare, per muoversi verso qualcosa e poi scoprire di non essersi spostati neanche di un micron. Possibile? Possibile che l'esperienza non insegni, che le forze che ti prendono non riesci ad interpretarle, come i battiti del cuore che il cervello non governa. Che il cervello non spiega, che se prova a tradurle, a renderle leggibili diventano così impossibili da capire? Cosa c'é che non funziona, che non va, che non si rende esplicito o quanto meno un pò leggibile? Ma perché, perché dobbiamo sempre voler dare una spiegazione a tutto? O, quantomeno, ci proviamo e se non ci riusciamo ci sentiamo monchi, incompleti e stanchi, perché é una gran fatica, come si diceva.

Allora mi chiedo quale sarebbe il mio sogno, il mio desiderio, come sarebbe la mia vita, come vorrei che fosse. Un poco più semplice, un poco più netta, certamente più stupida, ma senza grigi, senza variazioni di colore, senza intermedi. Meno sensibile, più sciocca, forse. Meno convulsa, più lineare. Ne ho colpa io se sono fatto così? Forse sì. Forse no. Bella domanda, bel modo di passare il tempo, bel modo di buttare il tempo. Non sarebbe molto più facile dire che me ne frego? Potrei fregarmene veramente? Perché dietro ad ogni domanda non c'é mai una risposta ma delle altre domande? Eh già, perché?

Prendersi il tempo per andare a trovare un amico, parlare con qualcuno che ti ascolti, rilassarsi, stare a cuore aperto. Magari mettersi lì a chiaccherare con un'amica, di cose così, non importanti, ma fondamentali. Passare una giornata a far finta di essere un turista, in giro per la città, godersi l'attimo, parlando inglese, come suggeriva Lucio Battisti, seduti al tavolino di un caffé all'aperto. Perché... pensare sempre al dopo, conviene? E pensare sempre al prima, ha qualche ragion d'essere? Tanto stiamo qui, ora, così. Che casino, che confusione. O mio povero cervello, o mio povero cuore. Un giorno smetterò di pensare, pensare, pensare. Sarà la pace o l'oblio? Chissà, cuore mio.  Sarà la pace o l'oblio? Chissà, cervello mio. Chissà, povero me, chissà. Chi lo sa, da che parte va, il mio umore?

C'é tranquillità da qualche parte dentro me? C'é un rifugio per me che sono stanco, tanto stanco? Vorrei aprire le ali e volar via, volar sul mondo e vedere le cose da lontano, così che tutto sembri piccolo, compreso il mio cuore. Lui é la cosa più piccola dell'universo ma batte e fa tanto rumore come mille atomiche, brilla e fa tanta luce come mille stelle. Se mi allontano, se lo guardo da lontano tutto sembra si rimetta a posto, come i pezzi di un rompicapo, come i troppi pensieri confusi, come i granelli di sabbia che se sei piccolo ti sembrano tanti mondi ma che se sei enorme le stringi nel pugno della mano e li fai volar via, lanciandoli in aria. Ecco.

Un bel respiro e soffiamoli via, come foglie al vento, tutti questi pensieri stronzi. E proviamoci, a godercela, questa vita, che é l'unica che abbiamo. Ci vuole tanto?

Mi sa di no, ma anche di sì... che confusione.

Oggi, é proprio un gran casino, ma domani sarà diverso... domani apro le ali e volo via, me lo prometto.

sabato 10 aprile 2010

Insonnia jazz. Stanotte é la notte dell'insonnia jazz, sono le quattro e sono qui a scrivere chiuso nella mia stanzetta, isolato dal mondo dalle cuffiette che giocano a tennis passandosi delicatamente un cd degli Steps Ahead da un orecchio all'altro. Siccome non dormo mi faccio coccolare un pò dal sax, dal contrabbasso e dalla marimba, con una bella base di pianoforte, tanto per gradire.

Mi sono svegliato già più volte, stanotte. La prima volta perché ho sognato di dare dei calci a qualcuno non meglio identificato, probabilmente un collega di lavoro, visto che ne ho sognati due o tre. Ero così impegnato a calciare che le gambe, vincendo la resistenza naturale del cervello, si sono mosse da sole, i piedi sono partiti verso l'esterno e mi sono ritrovato a sedere, sveglio, dopo aver colpito l'aria che sta a fianco al comodino, quella che puzza sopra le ciabatte. O meglio quella che sta sopra le ciabatte che puzzano. Meno male che non ero girato dall'altra parte, altrimenti avrei colpito la povera Mrs.K. che russacchiava beata nella sua incoscienza post-moderna.

La seconda volta mi sono svegliato per una fitta alla milza. So che é la milza perché me la sono andata a cercare sul dizionario. Il fegato sta a destra, la milza a sinistra. I coglioni stanno in mezzo, proprio come me, fra fegato e milza, fra cuffietta e cuffietta, fra sax e vibrafono. Mi chiedo se la fitta alla milza sarà stata colpa della pizza che ho mangiato ieri sera, la mitica pizza del venerdì sera, quella leggera, con la pancetta, il grana e la cipolla rossa, tutte cosette che, a distanza di ore, mi navigano ancora nello stomaco affrontando una tempesta di succhi gastrici. Che, detto per inciso, stanno nel mezzo anche loro. Nel mezzo dello stomaco, vita acida nel mezzo del cammin di nostra notte.

La terza volta, che poi ho detto basta e mi sono alzato, é stata perchè in sogno avevo trovato un paio di occhialini tondi con due monete da un euro al posto delle lenti. Io ero senza occhiali e ho visto, non so come, quelli per terra, mi sono chinato a prenderli e me li sono messi e mi stavano benissimo. Peccato che non si vedeva un kaiser, ovviamente. Onde per cui (cazzo... che bello l'onde per cui) prima ho iniziato ad annaspare, allungando le braccia e le mani per evitare gli ostacoli e poi, preso dalla paura di andare a sbattere ho aperto gli occhi, ma per davvero e mi sono risvegliato tutto agitato. Chissà, sarebbe stato diverso se me li fossi tolti, quegli occhiali da due euro? Ai posteri l'ardua sentenza.

Fatto sta che, sveglio per la terza volta, ho deciso di impegnarmi in una tecnica alternativa anziché starmene nel letto a girarmi e rigirarmi in un silenzio assordante, lancinato dagli acufeni. Sì, ho anche quelli, ma non ditelo a nessuno, per favore, che poi passo da ipocondriaco. Questa settimana ho avuto le mie solite vertigini, puntuali come un ciclo mestruale, la mia nausea ricorrente ma in forma leggera, per fortuna, che non ho mai vomitato. Ho avuto un mezzo attacchino di paura, mercoledì mattina, quando mi é girata la testa in macchina mentre stavo portando la piccola fragola dalla nonna. E ho avuto una grossa rottura di coglioni, rimanendo sdraiato al buio due mezze giornate con la testa leggera e lo stomaco sottosopra. Praticamente non mi sono fatto mancar niente, in questa bella settimana.

Così, al terzo risveglio, numero perfetto, mi sono alzato, ho preso armi e bagagli, braghe e felpa, ho bevuto quasi un litro d'acqua per colpa della pizza, questo sì, e mi sono diretto in fondo a sinistra, al pc, al blog, alle cuffiette, al mio notturno jazz. Non é male ascoltarsi un'improvvisazione jazz, ti ispira molto un'improvvisazione blog, un'improvvisazione da insonnia, un'improvvisazione improvvisa, piccoli passi di corsa fra le percussioni del vibrafono, grandi stimoli di lievi colori, stelle notturne che improvvisamente esplodono, implodendo. Paradossi della  musica.

Intendiamoci, a quest'ora meglio ascoltar qualcosa che navigare fra siti porno. Quella sarebbe un'altra alternativa, ma la lascio volentieri a chi non riesce a dormire per i sogni o per gli incubi sessuali, a seconda dei gusti. Se dovessi inseguire via web le tracce della gnocca garantisco che non avrei la stessa soddisfazione che ho a stare qui, ascoltando Michael Brecker, Eddie Gomez & Mike Mainieri ad occhi chiusi e perdermi nelle stanze del castello della musica. Se la musica non esistesse, credo che non esisteremmo neppure noi, penso che sia connaturato nel divino della nostra natura umana, l'ascolto della musica. Anche senza la gnocca non esisteremmo, ma per ora, almeno, é una questione di priorità, ovviamente. C'é molta gente che senza il sesso proprio non sa stare, a giudicare dall'offerta che c'é in giro. Naturalmente questo é molto meglio per le professioniste del sesso, però a pensarci bene è molto triste, perché ce ne sono tante sfruttate e non tutte sono libere imprenditrici e poi l'amore non dovrebbe essere pagato.

Se adesso guardo fuori dalla finestra vedo il buio, rotto dalla luce di qualche lampione, qui e là. Sono le cinque, il che vuol dire che sono almeno novanta minuti di veglia notturna, fra musica e pensieri, fra parole e sentimenti, fra colori e stupori. Già, stupori. Non avevo mai notato e di questo mi stupisco di come i camini delle case riflettano la luce dei lampioni. Se li guardi bene, vedi i tetti tutti scuri, regni dei gatti bigi della notte, ma i camini sono più luminosi, come piccole fiammelle. Rimbalzano l'arancio dei lampioni oppure vivono di luce propria? Non é una brutta domanda, per le cinque del mattino, potrei farla anche a me stesso, se non avessi niente di meglio da fare. Per fortuna ora sto seguendo, nel bel mezzo del cervello, una gara indiavolata fra pianoforte e contrabbasso che mi permette per un attimo, lungo come una vita, di dimenticarmi per un pò delle mie sfighe presunte senza aggiungerne altre.

La scorsa estate mi sono letto un libro che consiglio vivacemente a chi é curioso di natura, come me. Si intitola "Viaggio straordinario al centro del cervello" di Jean-Didier Vincent ed é edito da Ponte alle Grazie, nella collana "saggi". E' stato pubblicato in Italia nel 2008, quindi quasi certamente se ne trovano ancora delle copie in giro. Ogni tanto mi torna in mente, perché, fra le mille cose, parla anche del dormire, che come quasi tutto del resto é un'attività gestita dal cervello. Io lo so perché un libro che spiega come dormire mi torna sempre in mente quando non dormo, anche se sembra un poco masochista, quasi come pensare ad un'altra prugna se hai fatto voto di fedeltà coniugale. Mi viene a mente perché ci sono i nove comandamenti, i comandamenti di Espié.

Confesso di non sapere chi sia questo Espié, ci sono imbalzato sopra leggendo il libro di Vincent, ma deve essere un manico del sonno e delle malattie del sonno, se é stato in grado di dettare nove comandamenti sull'argomento. Ad uso e consumo di chi, come me, ogni tanto soffre di insonnia ve li riassumo e commento, poi se volete approfondire vi comprate il libro e leggete le pagine dalla settantasette alla centodieci e Ponte alle Grazie vi ringrazierà. Non so neppure se sono in ordine di importanza, ma probabilmente non é importante, l'importante sarebbe riuscire a dormire, cosa che potrebbe venire naturale proseguendo la lettura di questo post.

Bene, eccoli. La premessa é non prendere sonniferi, neppure ora.

Primo: "Và a letto solo quando hai molto sonno e non per abitudine". Già qui avrei da dire, caro Espiè. E se non hai mai "molto" sonno, ma hai sonno e basta? Perchè quell'aggettivo, per preoccuparci? Comunque mi sembra una regola piuttosto ovvia, se hai molto sonno vai a letto, che cazzo vuoi fare d'altro?

Secondo: "Spegni subito la luce". Ovvietà bis? Hai molto sonno, vai a letto e che fai? Spegni la luce...é solo buon senso. O no?

Terzo: "Non leggere; non guardare la televisione". Se Espiè conoscesse la TV italiana, forse scriverebbe il contrario. E, in ogni caso, a luce spenta é dura leggere, a meno tu sia cieco, ma sarebbe un'altra storia.

Quarto: "Se non ti addormenti dopo venti minuti, alzati e và in una altra stanza finché non ti viene di nuovo sonno". Geniale. Una volta ho puntato la sveglia per capire se dopo venti minuti dormivo già. Dormivo.

Quinto: "Puoi ripetere il comandamento numero quattro tante volte quante ne avrai bisogno". Figo. Una bella scusa per non dormire, ma giustificati. E se chi dorme vicino a te si rompe le balle di tutto quell'alzarsi, coricarsi, alzarsi, coricarsi... Secondo me Espié é single.

Sesto: "Svegliati sempre alla stessa ora". E' un ossimoro. Se non dormi come fai a svegliarti? Misteri misteriosi di Martin Mystere.

Settimo: "Non fare pisolini pomeridiani". Giusto. Chi é causa del suo mal pianga se stesso. Ma difficile, se non hai dormito la notte, molto difficile.

Ottavo: "Non dormire di più per recuperare una mancanza di sonno precedente". Mah, mi sembra una rivangata del sesto, tutto sommato. Caro Espié, qui potevi sforzarti di più. Comunque logico. Stringente.

Nono: "Segui questi comandamenti per più settimane, e ricomincerai a dormire". In gergo tecnico si chiama "pararsi il culo", caro Espié. Così, se non funziona, puoi sempre dare la colpa a qualcun'altro, nell'indeterminatezza delle "più settimane".

Ah... in questo momento ho in cuffia un'acustico di Sergio Caputo, "Un'anima in pena". Che strano il destino, ti ricorda sempre le cose giuste al momento giusto, niente avviene per caso. Infatti sono le sei e dieci, tra poco pubblico il post e andrò a prepararmi un buon caffè, che è iniziata la giornata.

Bonjour a tout le monde, l'insonnia jazz ha colpito ancora.

Colonna sonora consigliata: "Steps Ahead" (1983) e "A tu x tu" di Sergio Caputo (2006). GM

sabato 3 aprile 2010

Mentre scendevano le seconde ombre di una tiepida serata primaverile, insieme a Jonny Whitening, quello del dentifricio, sono partito da Gran Burrone per la zona universitaria di Fast City, la metropoli tentacolare, l'ombelico del mondo, il centro della terra, la vecchia signora dai fianchi un pò molli che ha, per dirla come Francesco Guccini, il seno sul piano padano ed il culo sui colli e, aggiungerei io, un odore di kebab sotto le ascelle, essendosi persi la mortadella ed il salame per strada.

Io non stavo più nella pelle, eravamo diretti al concerto di Sergio Caputo, lui, proprio lui, l'eroe della mia post-adolescenza, l'uomo le cui cassette ascoltavo in macchina salendo e scendendo per l'appennino, l'uomo le cui canzoni avevo imparato a memoria e mai dimenticate, l'uomo che mi aveva regalato notti di libidine fra night e sabati italiani, fra astronavi che arrivavano, Garibaldi innamorati ed Hemingway caffé latini. Erano ventisette anni, giorno più, giorno meno, che il mio cuore musicale innamorato aspettava solo l'occasione di conoscere l'uomo della sua vita, alla faccia di Jonny Smiths.

La serata prometteva bene, anche la notte era bella, con una gran luna. Eh, già, l'hai vista tu la luna a Marechiaro? L'ho vista anch'io, ma sopra Gran Burrone, era una luna sciantosa, tutta pronta, che sembrava un angelo svolazzante fra i tavoli di un caffé concerto e abbiamo pure chiaccherato, come nel pezzo dell'astronave. Io e la luna, intanto che andavo a prender Jonny Whitening, abbiamo anche cantato e diviso un bicchiere di tequila, anche se Sergio non la beve più, facendo un coretto con sette gatti neri.

Arrivando a Fast City, come al solito il primo problema é il parcheggio. Infatti dalle otto di sera Sirio si ammoscia, perché si accende la stella, allora tutti, noi compresi, si entra nella zona a traffico limitato in cerca di un posto dove mollare auto e bagagli. Il traffico è limitato nel vero senso della parola, perché ci sono poche macchine in giro. In effetti sono tutte parcheggiate, anche una sopra l'altra, una sotto l'altra, una a fianco all'altra, come in un'orgia motoristica dove, se non stai attento, un pistone ti si infila nello scappamento perché ha trovato un buco libero. Per evitare il tutto allora si va nel multipiano sotterraneo, quello sotto alla piazzola, circondato da tossici e ubriaconi, che pisciano dentro i tombini o almeno ci provano. Ah, Fast City! Regno del romanticismo bohemienne!

Arrivati a Fast City, dopo aver parcheggiato aprendo un mutuo a favore del padrone del multipiano, come al solito inizi a camminare sotto i portici. I portici sono una applicazione multimediale, infatti hanno molti usi, tipo zona ciclabile sregolata, rimessa di motorini e pista da sci per lo slalom fra gli stronzi. I portici sono una peculiarità di Fast City, che non ne potrebbe fare a meno, visto che ci si fa tutto. Nell'ordine potrebbe capitare di trovarci gente che dorme, gente che fuma, zombie, qualcuno che caga, due che si incazzano, tre ragazze con la cresta stile punk-rock con un lucchetto nel naso, qualcun'altro che gira con l'oca di fuori, un barbone che si mette a posto i cartoni, un finto prete ed una finta suora in libera uscita che vanno ad una serata sadomaso, una fila di negozi pakistani e una trama continua di graffiti colorati sui muri, sulle serrande, per terra che aumentano sempre di più man mano che ti avvicini alla zona universitaria.

La zona universitaria, per uno della mia età, é un colpo al cuore, ma dato bene. E' piena di figa e questo già basterebbe. E' piena di volantini sui muri, piena di scritte, piena di librerie, piena di negozietti, piena di caffè coi tavolini. E' piena dei pensieri di mille anni fa, dei sorrisi di mille anni fa, degli amori di mille anni fa, come una scatola di latta nella quale tieni le vecchie foto che ingialliscono e col tempo diventano più belle e con loro sembrano più belli quelli fotografati sopra. La zona universitaria é un concentrato di pomodoro, una specie di ortolina dei ricordi. Tutte le volte che ci ritorni inizia la litania di "ti ricordi quello, ti ricordi questo, ti ricordi lì che c'era il cinema porno e adesso ci sono dei mini appartamenti" e ti si molla la lacrimuccia, salata come la vita. Meno male che poi, come Dio vuole, arrivi al caffé dove suona Sergio e allora dimentichi tutto e ti tuffi nell'atmosfera modaiola e metropolitana.

Il locale sembra un grande utero, con le sue tube di Falloppio al posto giusto e le ovaie al posto dei cessi. Alla porta c'é un buttafuori abbronzato, molto glamour, che fa tanto grande Mela, e questo già basterebbe. Se lo guardi da fuori il personaggio sembra immobile come una sfinge tanto che pensi faccia parte dell'arredamento del locale ma, come apri la porta, cortesemente ma fermamente ti chiede dove cazzo vai in maniera educata. La parola magica é "abbiamo prenotato" e allora puoi entrare in questa sorta di vagina rossa, molto chic, poco choc e abbastanza figaiola, dove il primo appuntamento ce l'hai con un altro tipo dietro ad un leggio che controlla sul libro dei salmi se il tuo nome compare fra gli eletti, fra quelli che, fra poco, vedranno concepire e nascere la musica dal centro del mondo.

Qualche bigliettone dopo io e Jonny eravamo appollaiati su due sgabelli, al banco del bar, ma con vista palco. La situazione faceva tanto "io e rino" e la notte era ancora giovane, cosa desiderare di più, in quel momento quasi storico? Il primo giro, servito da un barman abbronzato e pure lui molto glamour é stata una Becks ed un rosso di Montepulciano, con annesse patatine, olive, cazzeggio vario e sguardi incuriositi nel locale per vedere se, fra tanta gente, ci fosse qualcuno di conosciuto. La prima oretta passò via così, a piccoli sorsi, a piccoli sguardi, a piccole parole perdute fra la gente che mangiava, beveva e si godeva la serata, in attesa dell'arrivo del nostro eroe, lo chansonnier. Qualche commento sulla passera e la birretta andava giù e si mescolava coi ricordi, tra muri dipinti e bottiglie di vino, aperitivi e cocktail, scaloppine e insalate e gnocche che se la tiravano solo perché avevano la schiena nuda ai primi di aprile.

Alla sua ora, finalmente sentiamo aprirsi la porta e vediamo il buttafuori scappellarsi e fare entrare un gruppetto eterogeneo che fende la folla fiondandosi in direzione del privé. Il più grande, anche se era il più basso, era lui, il mio sogno, vestito come il grande puffo ma senza barba, irradiava un senso di potenza a stento trattenuta. Forse gli scappava perché é sparito di corsa verso il cesso, seguito dal suo entourage. Forse scappava anche a loro. Era tutto molto glamour, verso la profondità della terra, verso le segrete stanze che dovevano raccogliere la concentrazione e riunire le forze nell'atmosfera elettrica che prelude ai grandi eventi, come quello che stavo vivendo. Il passaggio veloce della band era stata una botta di vita, mi sentivo una pianta sferzata dal vento e dalla Becks.

Pian piano i nostri eroi salirono uno a uno e, come Mosé nel mar Rosso, aprirono le acque e salirono sul palco, laggiù, oltre la cervice uterina. Uno al basso, uno alla batteria, uno al clarinetto/sax/flauto traverso e uno alle tastiere. Mancava lui, ma per il momento andava bene lo stesso, l'avvenimento si stava costruendo sotto i miei occhi, davanti al mio naso, poco più in là. Ero felice, moderatamente alcolico e in attesa del lieto evento, persino due babbione si erano sedute accanto a me ma non ci facevo caso, tanto ero preso dalla situazione così metropolitana, equilibrista in bilico sul fine settimana, é quasi l'ora delle streghe e le stelle sono accese.

Poi sentiamo passare una Fender. Una Fender col berretto. Una Fender più grande di lui, che è il più grande di tutti. Una Fender che sale sul palco, lì, che puoi allungare una mano e toccarla. E questo già basterebbe.

E poi parte la musica, partono le parole, parte il ritmo e il blues, parte il treno, parte il tempo, partono i colori, partono i bicchieri, partono gli amori, parte il basso e duetta con la tastiera, sembra una composta di frutta, pezzi di frutta grandi come me, come te, da abbracciare e baciare, da assaggiare lentamente, da gustare, da assaporare, come la vita, come la prugna, come il mondo che gira gira e balla e qualche volta torna da dove era partito ma qualche altra volta arriva dove non sai, ma va sempre bene, in una serata così.

Chiudi gli occhi, apri il tuo cuore.

Vedi la musica, senti i respiri, ti batte il cuore in sincrono. Ne approfitti per fare un pò di musica in quest'attimo infinito, bloccato, da tasto pausa. Tutto é fermo, solo la musica vive. Tutti sembrano statue di sale, tutti immobili, congelati, solo la musica si muove. Ed io con lei.

Scendo dallo sgabello e lascio Jonny Whitening al suo rosso. Tutto é fermo, tranne la musica. La musica é una serie di fili colorati, di bricioline di pane, di indizi da seguire. C'é il filo blu delle tastiere, blu elettrico. C'é il filo del basso, marrone come la terra. C'é quello della batteria, giallo oro, come il sole. C'é quello rosa del sax, tutto attorcigliato. Poi c'é l'arcobaleno della Fender e all'inizio dell'arcobaleno c'é una pentola d'oro e uno gnomo, chiamato Sergio Caputo, col suo berretto color notte e spicchio di luna. Tutti fermi, come una fotografia, con questa magia della musica che ti gira intorno, che ti prende, che ti abbraccia, che ti fa ballare e ti fa dire "la vita é bella, ciao, mercy bocù".

Io salto sui tavoli, calpesto i camerieri dai capelli rasta, mi faccio largo fra la gente, seguo il filo della musica e volo verso il palco, verso l'inizio dell'arcobaleno, verso l'astronave che é arrivata, verso il Garibaldi innamorato dell'Anita, verso l'Hemingway caffé latino se ghigna Belzebù, verso un sabato italiano, verso un italiani mambo, fino alla fine del tempo, quel tempo che si é fermato e ha congelato tutto in baygon street numero uno. Prendo i fili con le mani e volando arrivo sul palco. Sono lì, a fianco di Sergio Caputo, io, proprio io. Proprio io con i miei capelli che non ci sono più, con la mia vita fatta a scale, con i miei vent'anni di una volta, con il trio vocale militare, proprio io.

Stampo un bacio in fronte a Sergio che manco se ne accorge e prendo tutti i fili della musica e ne faccio un gomitolo col quale mi farò un maglione, per le sere dell'autunno della mia vita. E poi mi lascio andare, riapro gli occhi e torno istantaneamente sul mio sgabello, vicino a Jonny Whitening, mi infilo le mani in tasca e sento il mio gomitolo di musica, il mio gomitolo colorato, il mio pezzo di arcobaleno. Mi giro verso il palco, dove Sergio saltella abbracciato alla Fender e lo saluto. Lui risponde al saluto e mi firma due autografi, uno per Guglielmo e uno per Maria. Allora respiro, mi finisco la birretta e allungo le mani sui tasti del pc.

E scrivo. E volo. Via sopra Fast City, seguendo il filo della musica.

Grazie a Sergio Caputo e alle sue canzoni, citate in maniera sparsa in questo arcobaleno di emozioni. GM